Pre-collaudo di un modello BIM

Eseguite un pre-collaudo completo prima di accettare la prima commessa: verificate consegne, formati, ambiente di condivisione, responsabilità e strumenti. La tecnologia BIM funziona solo quando questa catena è definita e provata; possedere un programma di modellazione, da solo, dimostra soltanto che il programma è stato acquistato.

Il test più utile simula una consegna reale. Il modello viene esportato e importato, ma alcuni attributi scompaiono; nel deposito documentale convivono revisioni diverse; nessuno sa chi debba approvare il file finale. Il modello può anche essere graficamente impeccabile, ma il processo ha già fallito.

Che cos’è la tecnologia BIM e perché va collaudata come processo

Il BIM, Building Information Modeling, è un metodo per produrre, organizzare, scambiare e controllare informazioni digitali relative a un’opera. Il modello geometrico è solo una parte: agli oggetti devono essere associate informazioni comprensibili, verificabili e utilizzabili dalle persone coinvolte.

Il vantaggio operativo consiste nel ridurre passaggi manuali, duplicazioni e ambiguità. Progettisti, coordinatori, impresa e committente possono lavorare su informazioni coerenti, controllare le revisioni e individuare prima gli errori. Questo beneficio, però, compare soltanto se tutti sanno quale informazione produrre, con quale formato, dove depositarla e chi deve validarla.

Il pre-collaudo può essere organizzato come una verifica a ritroso lungo cinque stazioni: si parte dal risultato da consegnare e si risale fino al software. L’ordine conta. Scegliere prima il programma e adattare dopo il processo è il modo più rapido per trasformare una questione organizzativa in una collezione di licenze.

Per gli appalti pubblici esiste anche un riferimento preciso: dal 1° gennaio 2025 l’art. 43 del D.Lgs. 36/2023, insieme all’Allegato I.9 e alle modifiche intervenute, impone metodi e strumenti di gestione informativa digitale per determinate opere sopra la soglia normativa applicabile. L’obbligo non riguarda quindi ogni attività edilizia indistintamente, ma rende ancora meno difendibile un’adozione limitata al solo modellatore.

Partire dai deliverable richiesti dal Capitolato Informativo

Il primo controllo riguarda i deliverable, cioè i file, i modelli, i documenti e le informazioni che devono essere effettivamente consegnati. Il riferimento principale è il Capitolato Informativo: il documento con cui il committente specifica requisiti informativi, modalità di scambio, scadenze, controlli e regole di gestione.

Prima di iniziare la modellazione, ogni richiesta deve diventare un elemento verificabile. Espressioni generiche come “modello completo” o “consegna BIM” non consentono di capire se il lavoro sia accettabile. Occorre tradurle in domande pratiche:

  • quali modelli e documenti devono essere consegnati;
  • quali oggetti devono contenere attributi e quali attributi sono obbligatori;
  • quali formati sono richiesti per lo scambio e per l’archiviazione;
  • quale revisione deve essere considerata valida;
  • chi controlla ciascun elaborato e chi ne autorizza la consegna;
  • come devono essere segnalate e corrette le anomalie;
  • quali regole di denominazione e organizzazione dei file vanno applicate.

Il test può utilizzare un campione ridotto ma realistico: una porzione di modello con oggetti, proprietà, documenti collegati e una revisione successiva. Il campione deve attraversare l’intero percorso previsto, dalla produzione all’approvazione. Se una richiesta del Capitolato resta senza una prova o senza un responsabile, la procedura non è pronta.

Questo controllo serve anche a delimitare il lavoro. Il BIM non richiede di inserire qualsiasi informazione immaginabile; richiede di gestire quelle necessarie allo scopo dichiarato. Riempire il modello di dati inutilizzati aumenta il lavoro e complica le verifiche, senza migliorare la consegna.

Provare formati aperti, attributi e revisioni prima della commessa

La seconda stazione riguarda lo scambio dei dati. L’interoperabilità è la capacità di trasferire informazioni tra strumenti diversi senza dipendere integralmente da un unico ambiente proprietario. Per questo una prova di esportazione conclusa senza messaggi di errore non è sufficiente: bisogna importare il risultato in un altro strumento e controllare ciò che è arrivato davvero.

Il formato IFC è il riferimento pratico per questo collaudo. È un formato aperto pensato per lo scambio dei modelli informativi, ma la presenza di un comando “Esporta IFC” nel menu non garantisce che geometrie, classificazioni e proprietà vengano trasferite come previsto.

La prova minima comprende:

  • esportazione di un modello campione nel formato richiesto;
  • importazione o apertura in un ambiente diverso da quello di produzione;
  • confronto visivo della geometria;
  • controllo puntuale degli attributi obbligatori;
  • verifica dell’identificazione degli oggetti;
  • produzione di una revisione e confronto con quella precedente;
  • registrazione delle informazioni perse, trasformate o collocate nel campo sbagliato.

Un caso tipico è semplice: una porta rimane visibile dopo l’importazione, ma perde il codice richiesto per identificarla. Dal punto di vista grafico lo scambio sembra riuscito; dal punto di vista informativo è incompleto. Il controllo deve quindi essere eseguito sui requisiti del Capitolato, non sulla sola somiglianza tra le schermate.

Le piattaforme impiegate nei lavori soggetti alle prescrizioni del Codice devono garantire interoperabilità e uso di formati aperti non proprietari. La verifica tecnica va documentata: file di partenza, impostazioni di esportazione, risultato importato, anomalie e correzioni. “Da noi funziona” resta una valutazione poco esportabile, in tutti i sensi.

Configurare il CDE prima di caricare i file definitivi

Il CDE, Common Data Environment o ambiente di condivisione dei dati, è lo spazio organizzato in cui modelli, documenti, revisioni e approvazioni vengono depositati e gestiti. Non coincide con una cartella condivisa dotata di molti sottolivelli. Deve applicare regole comprensibili su accessi, versioni, stati dei documenti e responsabilità.

Il pre-collaudo deve verificare almeno questi elementi:

  • struttura coerente con le consegne previste;
  • permessi assegnati in base ai compiti effettivi;
  • distinzione chiara tra file di lavoro, file sottoposti a controllo e contenuti approvati;
  • registrazione delle revisioni senza sovrascritture ambigue;
  • procedura per commenti, richieste di modifica e nuova emissione;
  • recupero della versione valida senza affidarsi al nome ricordato da una persona;
  • regole per archiviazione e consegna finale.

La simulazione più efficace usa due utenti con responsabilità diverse. Il primo carica un modello, il secondo lo controlla e richiede una correzione; il file viene aggiornato e poi approvato. Al termine deve essere possibile ricostruire quale versione sia valida, chi abbia svolto ogni passaggio e quali osservazioni siano state risolte.

Va provato anche il caso meno elegante ma frequente: un file viene caricato nella posizione sbagliata oppure con un nome non conforme. Il sistema e la procedura devono consentire di intercettare l’errore prima che quel contenuto venga usato come riferimento. Se tutto dipende dall’attenzione individuale, il CDE sta facendo da deposito, non da ambiente controllato.

Assegnare ruoli BIM senza sovrapporre titoli e responsabilità

La UNI 11337-7:2018 distingue i profili professionali del processo BIM e aiuta a separare competenze che spesso vengono accorpate per comodità. I titoli, però, non sostituiscono l’assegnazione formale dei compiti nella singola commessa.

  • BIM Manager: governa l’impostazione complessiva del processo informativo, le regole, gli obiettivi e la coerenza organizzativa.
  • BIM Coordinator: coordina i modelli e i contributi delle discipline, organizza i controlli e gestisce le anomalie tra i diversi apporti.
  • BIM Specialist: produce e aggiorna modelli e informazioni usando gli strumenti di authoring, cioè i programmi con cui si creano i contenuti.
  • CDE Manager: amministra il funzionamento dell’ambiente di condivisione, i flussi, gli accessi e la corretta gestione dei dati.

In una struttura piccola la stessa persona può coprire più funzioni, se possiede le competenze necessarie e il carico è sostenibile. Resta però indispensabile distinguere i momenti: chi produce un modello non dovrebbe considerarlo automaticamente verificato solo perché indossa anche il cappello del coordinamento.

Per ogni consegna conviene compilare una matrice essenziale con quattro campi: chi produce, chi controlla, chi approva e chi pubblica nel CDE. Accanto vanno indicate le competenze necessarie e un sostituto per le attività critiche. In questo modo ferie, assenze o cambi di incarico non interrompono un processo conosciuto da una sola persona.

La formazione va collaudata con attività, non misurata soltanto in ore frequentate. Uno specialista deve saper produrre gli attributi richiesti; un coordinatore deve rilevare e gestire le incongruenze; chi amministra il CDE deve ricostruire revisioni e autorizzazioni. Il test pratico mostra rapidamente dove serve un affiancamento mirato.

Scegliere software e budget dopo aver definito il processo

La scelta degli strumenti arriva alla fine del percorso. I requisiti raccolti nelle stazioni precedenti indicano quali funzioni servono davvero: produzione dei modelli, esportazione e importazione IFC, controllo delle informazioni, confronto delle revisioni, coordinamento e gestione del CDE.

Una checklist di selezione evita di confrontare programmi soltanto per quantità di funzioni:

  • supporta i formati richiesti dal committente;
  • conserva gli attributi necessari durante lo scambio;
  • permette controlli ripetibili e documentabili;
  • si integra con il flusso di revisione scelto;
  • gestisce correttamente ruoli e autorizzazioni;
  • può essere usato dalle persone disponibili dopo una formazione sostenibile;
  • consente di recuperare e trasferire i dati senza dipendere esclusivamente dal formato nativo.

Il costo di adozione comprende più della licenza. Nel budget vanno considerate configurazione degli strumenti, eventuale adeguamento delle postazioni, formazione, preparazione di modelli e regole comuni, impostazione del CDE, prove di interoperabilità, assistenza e tempo dedicato ai controlli. Mancando dati omogenei su dimensioni dell’organizzazione e complessità delle commesse, un prezzo medio sarebbe poco utile; è più solido stimare ogni voce sul proprio flusso pilota.

Il semaforo operativo riassume il pre-collaudo:

  • Pronto: consegne definite, scambio IFC verificato, attributi conservati, revisioni rintracciabili, CDE configurato, responsabilità assegnate e personale capace di completare il test.
  • Adottabile con correzioni: il flusso funziona, ma rimangono anomalie circoscritte con un responsabile, una soluzione e una nuova prova pianificata prima della consegna reale.
  • Non pronto: requisiti generici, file scambiati senza controllo, revisioni gestite manualmente, ruoli sovrapposti senza approvazioni chiare oppure dipendenza totale da una sola persona o da un solo formato proprietario.

Il passo successivo è circoscritto: scegliere un deliverable rappresentativo, farlo attraversare dall’inizio alla fine e registrare ogni punto in cui dati o responsabilità si interrompono. Solo dopo quel test ha senso estendere strumenti e procedure all’intera commessa.

Domande frequenti

Quale software BIM conviene scegliere?

Conviene scegliere gli strumenti partendo dai formati e dai controlli richiesti, non dalla notorietà del prodotto. Preparate un modello campione, esportatelo in IFC, importatelo in un ambiente diverso e verificate attributi e revisioni. Servono inoltre strumenti adeguati per coordinamento e CDE: un unico programma può non coprire bene l’intero processo.

Quanto costa adottare il BIM?

Il costo dipende da persone, commesse e dotazione esistente. La stima deve includere licenze, postazioni, configurazione, formazione, preparazione delle regole, ambiente di condivisione, assistenza e ore dedicate alle prove. Per ottenere un valore credibile, misurate un progetto pilota delimitato e separate i costi iniziali da quelli ricorrenti.

Il BIM è obbligatorio in Italia?

Non esiste un obbligo indistinto per ogni progetto pubblico o privato. La disciplina dei contratti pubblici prevede l’impiego di metodi e strumenti di gestione informativa digitale per determinate opere sopra la soglia applicabile. Negli altri casi il BIM può essere richiesto dal committente o scelto volontariamente, definendo comunque requisiti, responsabilità e consegne.

Da leggere anche: Tecnologia alimentare: come confrontare sicurezza, conservazione e impatto dei processi

Da leggere anche: Tecnologia brushless: controlli pratici per proteggere motore ed elettronica

Da leggere anche: Tecnologia assistiva: checklist per verificare bisogni, compatibilità e supporto

Di Marzia Schiraci

Amo leggere e scrivere di tutto, dalla politica alla fantascienza. Non vedo l'ora di sentire i tuoi pensieri!