Intelligenza umana contro intelligenza artificiale

Il tema del rapporto tra l’intelligenza umana e quella artificiale ricorre fin alle origini della letteratura fantascientifica. Dall’ottocento ad oggi, dai tempi di Frankenstein a quelli di Google, il mondo tecnologico è riuscito a rendere reale ciò che nei libri di metà novecento era pura utopia. Sono nati, così, i primi robot dotati di intelligenza artificiale.

Con “robot dotati di intelligenza artificiale”, naturalmente, non ci si riferisce alle creature nate dalla penna di Asimov. Con questa definizione, infatti, si indicano tutte quelle funzioni legate al mondo delle macchine e dell’informatica che, in teoria, dovrebbero essere un’esclusiva della natura umana. Gli strumenti elettronici, i computer, i televisori e i telefoni sono diventati in grado di effettuare delle scelte, di dare dei consigli, di regolare la propria luminosità a seconda della situazione. Sono diventati, semplicemente, senzienti o come si usa dire oggi “smart”.

Logica, emotività e morale: le chiavi che ci rendono esseri umani

Nulla a che vedere, però, con l’intelligenza umana. Gli esseri umani continuano a mantenere due tipologie di intelletti, di cui solo uno può entrare in competizione con le macchine. Mentre la capacità logica degli esseri umani può essere calcolata attraverso il test del Q.I., quella emotiva è propria di noi creature viventi e, ancora, non può essere trasmessa a nessuna macchina.

Sull’intelligenza artificiale, la comunità scientifica è ancora spaccata in due. Fei-Fei Li, ricercatrice dell’università di Standford, sostiene che grazie a questa nuova tecnologia i dottori avranno un paio di occhi extra e instancabili, le auto saranno più sicure ed i salvataggi durante i disastri naturali saranno agevolati. Una prospettiva meravigliosa, che chiosa con un aforisma di assoluta speranza: “l’intelligenza artificiale ci aprirà dei mondi che non possiamo nemmeno immaginare”.

Dall’altra parte, però, c’è l’altro spaccato della comunità scientifica, tra cui si schiera anche l’eminente Stephen Hawking. Un quasi premio nobel, che ha decretato che l’AI potrebbe porre fine all’intera razza umana a causa della sua superiorità schiacciante. È davvero così? Anche Nick Bostrom, professore di filosofia all’Università di Oxford, ritiene che addirittura la vera minaccia è l’intelligenza artificiale, non il cambiamento climatico.

Le macchine possono imparare? Gli esperimenti di Fei-Fei Li

Il primo aspetto che va considerato nel dualismo tra intelligenza artificiale e umana è quello empirico. Gli esseri viventi, rifacendosi a un concetto di filosofia baconiana, vecchio di circa cinquecento anni, imparano grazie all’esperienza. Sir Francis Bacon, italianizzato Francesco Bacone, è il padre del metodo scientifico e nei suoi scritti enfatizzava il ruolo della ripetizione come criterio fondamentale per la conoscenza della natura.

Grazie alla già citata Fei-Fei Li, però, anche le macchine hanno avuto accesso a questa skill. Grazie ai suoi esperimenti, infatti, la ricercatrice è riuscita a creare una sorta di rete neurale, regolata attraverso un complicato sistema di output e di input. Una coscienza empirica, che permette alle macchine di distinguere le immagini. Questo concetto è fondamentale, perché è la base delle possibili applicazioni dell’intelligenza artificiale in campo medico. Un ostacolo che, per una macchina, pareva insormontabile è stato aggirato grazie ad anni di duro lavoro.

Il problema, però, non è l’intelligenza artificiale in quanto tale, ma è quello che si fa di questo potere. Gli uomini sono riusciti a creare degli schemi, dei meccanismi, in grado di cambiare radicalmente il mondo in cui viviamo. Quello che si fa di questo progresso, però, è decisamente più pericoloso. È così che un’intelligenza artificiale programmata per vincere delle partite di scacchi può essere riprogrammata dal Pentagono per la creazione di sciami di droni intelligenti. L’inizio di un nuovo modo di concepire la guerra.

Perché l’intelligenza artificiale ci spaventa tanto?

L’intelligenza artificiale, dunque, non ha un’accezione completamente positiva o negativa. Non è bianca o nera. Non è un’ancora di salvezza e nemmeno la pietra tombale della razza umana. Sono gli uomini che la utilizzano che si arrogano il potere di determinare la nostra sorte.

Alla fine di tutto, l’intelligenza artificiale resta, per ora, uno strumento nelle mani della logica umana. Perché, allora, l’intelligenza robotica viene percepita come più pericolosa rispetto a quella umana? Perché, semplicemente, ha possibilità illimitate. L’uomo ha dei limiti, logici, emotivi o, semplicemente, morali che può e deve rispettare. L’intelligenza artificiale, invece, può esistere liberamente senza una morale. È questo il vero discrimine. Questo è ciò che ci spaventa terribilmente.

Gli esseri umani sono più affidabili delle macchine nonostante gli errori commessi durante il Novecento?

Certo, gli esseri umani, in passato, si sono comportati in maniera a dir poco agghiacciante. Abbiamo rischiato l’estinzione più volte di quanto si possa immaginare. L’ultima volta fu nel 1995 ed è una storia per lo più sconosciuta. La Russia, infatti, stava per scatenare una guerra nucleare perché scambiò dei razzi di ricerca per testate americane puntate su Mosca.

Nonostante questo, gli esseri umani hanno sempre avuto il limite della misura. Sono riusciti, in un modo o nell’altro, a preservare la razza nonostante le atrocità commesse durante il secolo breve. Le macchine sarebbero capaci di fare altrettanto? È questa la domanda che davvero ci terrorizza. È questo il limite da non superare.