Bambino durante una valutazione neuropsicomotoria osservato da una terapista in una stanza attrezzata

Una scarpa con la punta consumata dice poco, presa da sola. Può essere una camminata ancora acerba, una corsa fatta sempre sullo stesso lato del cortile, una postura rigida, una caduta dimenticata. Però, quando quella scarpa arriva insieme a ginocchia sbucciate, fatica a vestirsi, rabbia quando il gioco cambia e maestre che parlano di goffaggine, il quadro merita uno sguardo più ordinato.

La psicomotricità, in questi casi, viene spesso confusa con ginnastica per bambini o gioco libero. È una lettura comoda, ma povera. Nella prima valutazione neuropsicomotoria il professionista non guarda solo se il bambino salta, corre o afferra una palla. Guarda come organizza il corpo, come tollera l’attesa, come entra nella relazione, come risponde a una piccola frustrazione, come usa lo spazio quando nessuno gli dà istruzioni troppo strette.

Quando il dubbio nasce da inciampi, rigidità o dolore riferito dopo il gioco, una famiglia può consultare https://istitutodipsicomotricita.com/massofisioterapia/ e poi chiedere in valutazione se sta parlando di una questione fisica circoscritta o di un segnale evolutivo da leggere nel comportamento intero. Questa distinzione evita due errori frequenti: medicalizzare ogni fatica e, all’opposto, liquidare tutto con un generico passerà.

La telefonata dice già qualcosa, ma non basta

La prima scena, di solito, non avviene sul tappeto. Avviene al telefono. Un genitore racconta che il figlio cade spesso, evita lo scivolo, si arrabbia se perde, non riesce a stare seduto a lungo, oppure cerca il contatto fisico in modo troppo intenso. Le frasi arrivano a pezzi, come succede nelle famiglie vere: un episodio a scuola, una visita pediatrica, il confronto con un cugino della stessa età, una frase detta in corridoio da un’insegnante.

Il neuropsicomotricista ascolta senza trasformare ogni parola in diagnosi. Questa è una competenza sottovalutata. Una telefonata serve a raccogliere segnali, non a chiudere il caso. Se un bambino di quattro anni non salta su un piede, l’informazione conta. Ma conta insieme a tutto il resto: linguaggio, attenzione, regolazione emotiva, autonomia, qualità del sonno, storia motoria, modo di giocare con gli altri.

La rivista Erickson Il TNPEE, seguendo l’evoluzione della figura professionale, ha raccontato bene questo passaggio: il terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva non lavora su un gesto isolato, ma sul rapporto tra sviluppo motorio, cognitivo, emotivo e relazionale. È una differenza concreta. Non si tratta di far eseguire una prova e segnare riuscito o non riuscito. Si tratta di capire che cosa sostiene o blocca quel gesto.

Il Ministero della Salute, nelle Linee di indirizzo sui disturbi neuropsichiatrici e neuropsichici dell’infanzia, indica che i disturbi neuropsichici in età evolutiva possono coinvolgere fino al 20% della popolazione tra 0 e 17 anni. Lo stesso documento richiama la frequente compresenza di più disturbi. Questo dato non va usato per spaventare i genitori. Va usato per non guardare il bambino a compartimenti: motricità da una parte, emozioni dall’altra, apprendimento in un cassetto separato.

La seconda scena è la stanza di valutazione. C’è un tappeto, qualche oggetto, una palla, materiali da manipolare, spazio per muoversi. Il bambino entra e decide subito se avvicinarsi, restare vicino al genitore, esplorare, controllare tutto, opporsi. In pochi minuti non si capisce tutto, ma si capisce come comincia il contatto.

Un bambino prende una palla grande e la lancia sempre con troppa forza. Ride, poi si irrita se l’adulto cambia la regola. Sale su un cuscino instabile, scende senza guardare dove mette i piedi, inciampa e dà la colpa all’oggetto. Poco dopo rifiuta un gioco di infilare piccoli pezzi, dicendo che è da piccoli. Il professionista non scrive semplicemente non sa giocare. Osserva coordinazione, pianificazione, controllo della forza, tolleranza dell’errore, uso dello sguardo, strategie per evitare ciò che costa fatica.

Da fuori può sembrare una mezz’ora di gioco. Dalla parte di chi osserva, invece, ogni cambio di attività è una piccola prova di adattamento. Il bambino capisce la consegna? La tiene a mente? Chiede aiuto? Si arrabbia prima ancora di provare? Cerca l’adulto per condividere o per farsi sostituire? Sono domande molto pratiche, perché la vita quotidiana è fatta di passaggi simili: vestirsi, entrare in classe, aspettare il turno, tagliare con le forbici, copiare un segno, salire le scale senza aggrapparsi sempre.

La fretta di chiamare un bambino pigro, svogliato o capriccioso cancella informazioni. Una descrizione precisa vale più di un aggettivo, perché indica dove intervenire e dove invece lasciare tempo. Se un bambino evita il disegno perché non controlla bene la mano, insistere sulla buona volontà aggiunge tensione. Se evita il gruppo perché non regge rumore, prossimità e cambi rapidi, dire deve socializzare di più non basta.

Dalla stanza alla rete: che cosa torna alla famiglia

La terza scena è la lettura dei segnali. Qui il neuropsicomotricista deve fare ordine senza promettere certezze che non ha. Ci sono bambini immaturi sul piano motorio, ma in recupero. Ci sono difficoltà transitorie legate a crescita, esperienze, salute, ambiente. E ci sono quadri che chiedono un approfondimento più ampio, perché il modo di muoversi, comunicare, regolare le emozioni e imparare presenta più inciampi insieme.

La valutazione neuropsicomotoria non è una sentenza. È una fotografia ragionata. Una buona restituzione dovrebbe dire che cosa si è osservato, in quali condizioni il bambino funziona meglio, quali situazioni lo mandano in crisi, quali autonomie sono coerenti con l’età e quali richiedono lavoro. Le parole contano: se una famiglia esce con un’etichetta e senza indicazioni pratiche, torna a casa più confusa di prima.

La quarta scena è il colloquio di restituzione. Il genitore chiede quasi sempre la stessa cosa, anche quando la formula in modi diversi: dobbiamo preoccuparci? La risposta seria non schiaccia tutto su sì o no. Dice, per esempio, che il bambino ha buone risorse di relazione, ma fatica a modulare la forza e a fermarsi quando l’attività cambia. Oppure che cerca il movimento continuo perché quel movimento lo aiuta a regolarsi. Oppure ancora che alcune difficoltà fini della mano possono pesare sulla scuola dell’infanzia o sui primi apprendimenti.

Serve anche dire che cosa non è emerso. Se durante l’osservazione il bambino comprende le consegne, cerca l’altro, imita, accetta un piccolo aiuto e riprende il gioco dopo un errore, queste sono informazioni buone. Non annullano la fatica, però la collocano. Rassicurare non significa minimizzare. Significa restituire ai genitori un quadro maneggiabile, con priorità chiare e tempi realistici.

L’Atlante delle Professioni, nel profilo del terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, colloca questa figura nell’area della prevenzione, valutazione e intervento nei disturbi dello sviluppo. La parola sviluppo è quella da tenere ferma. Il bambino non è un ginocchio, una mano, un comportamento isolato. È un sistema in crescita, con parti che si influenzano tra loro.

La quinta scena esce dalla stanza. Entra la scuola, quando c’è. Entrano il pediatra, il neuropsichiatra infantile, il logopedista, lo psicologo, se il quadro lo richiede. La rete non serve a moltiplicare appuntamenti, serve a evitare messaggi contraddittori. Se a casa si chiede al bambino di stare fermo e a scuola lo si lascia alzare ogni due minuti, nessuno capisce se la strategia funziona. Se un adulto interpreta ogni esplosione emotiva come sfida e un altro come fragilità, il bambino riceve risposte incoerenti.

Una relazione utile alla scuola non deve essere lunga per forza. Deve spiegare che cosa aiuta quel bambino a partecipare: consegne brevi, tempi di attesa preparati, attività motorie dosate, posto in aula meno esposto, strumenti per la manualità, pause concordate. Non sono favori. Sono adattamenti ragionevoli quando una difficoltà interferisce con la giornata.

Il rischio opposto è costruire attorno al bambino una bolla protettiva. Anche questo non aiuta. Se ogni frustrazione viene tolta, il bambino non impara a reggerne una piccola. Il lavoro serio sta nel dosare: una richiesta possibile, un margine di errore, un adulto che sostiene senza sostituirsi. Sul campo, questa misura vale più di molte frasi rassicuranti.

Ai genitori conviene portare esempi concreti, non diagnosi trovate altrove. Il bambino cade quando corre o quando deve fermarsi? Si arrabbia con tutti i giochi o solo con quelli a regole? Evita il gruppo sempre o nei luoghi rumorosi? Tiene male la matita perché non sa come fare o perché si stanca dopo poco? Dettagli così cambiano la lettura. E aiutano il professionista a distinguere tra una fase da accompagnare, una difficoltà specifica da trattare e un quadro che merita valutazioni integrate.

La psicomotricità, vista da vicino, è spesso il primo osservatorio di questi segnali. Non perché anticipi diagnosi a tutti i costi, ma perché mette il bambino in una situazione abbastanza libera da far emergere il suo modo di organizzarsi. Se questo passaggio viene preso sul serio, la famiglia non resta sola davanti a inciampi, goffaggine o crisi improvvise. Se viene ignorato, il rischio è continuare a correggere il comportamento visibile mentre la difficoltà che lo alimenta resta fuori campo.

Di Marzia Schiraci

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