Ci laviamo i denti tutti i giorni, usiamo il filo, anche lo scovolino. Eppure, quando andiamo dal dentista per la pulizia, il tartaro c’è lo stesso. È una cosa che frustra un po’, perché ci viene da pensare che allora a casa non stiamo facendo abbastanza. La realtà è diversa: per quanto accurata sia la nostra igiene quotidiana, ci sono zone della bocca dove lo spazzolino non arriva, e lì la placca si accumula, si mineralizza e diventa tartaro. A quel punto, toglierlo da soli è impossibile.

Serve la detartrasi, una procedura che conosciamo con il nome di “pulizia dei denti professionale”: capire cosa succede durante una seduta, perché il tartaro si forma e cosa rischiamo se lo trascuriamo ci aiuta a dare a questo appuntamento il peso che merita.

Cos’è il tartaro e perché si forma

Partiamo dalla placca. Ogni volta che mangiamo, sui denti si deposita una pellicola di batteri mista a residui alimentari. È la placca batterica, quella patina che sentiamo con la lingua quando non ci laviamo i denti per qualche ora. Fin qui niente di particolarmente complesso: lo spazzolino la rimuove senza problemi.

Ma se la placca resta lì e non viene rimossa entro un certo tempo, i minerali presenti nella saliva la induriscono, trasformandola in tartaro, che aderisce al dente. Si deposita sulla superficie visibile, certo, ma anche sotto il bordo gengivale, in punti dove non lo vediamo e dove, purtroppo, con il tempo, può creare delle conseguenze.

La velocità con cui il tartaro si forma cambia molto da persona a persona. La composizione della saliva, per esempio, ha una sua influenza: c’è chi ha una saliva più mineralizzata, e chi ne produce meno. Anche l’alimentazione incide, così come le abitudini di igiene e il fumo. Per questo due persone con la stessa routine di pulizia possono trovarsi in situazioni completamente diverse alla visita di controllo.

Detartrasi: in cosa consiste la procedura

La detartrasi è il trattamento professionale con cui l’igienista dentale rimuove il tartaro accumulato. Si esegue in studio con strumenti specifici, e il metodo più diffuso prevede l’uso di ablatori a ultrasuoni: apparecchi che emettono vibrazioni ad alta frequenza attraverso una punta metallica, che frammentano il tartaro senza danneggiare lo smalto. Un getto d’acqua lava via i frammenti man mano che vengono staccati.

Per chi vuole capire meglio il percorso di igiene professionale, è disponibile un approfondimento per comprendere a cosa serve la detartrasi e con quale frequenza viene consigliata, con indicazioni su come si svolge la procedura e quando è utile farla.

La seduta di solito inizia con la rimozione del tartaro sopragengivale, quello visibile sulla superficie dei denti. Se il professionista rileva accumuli anche sotto il margine gengivale, procede con la pulizia sottogengivale, che è più delicata e richiede strumenti. In alcuni casi, quando la situazione lo richiede, si esegue anche una levigatura radicolare, un trattamento che pulisce e liscia la superficie della radice per facilitare la guarigione dei tessuti gengivali.

L’ultima fase prevede in genere la lucidatura con pasta abrasiva, che rimuove macchie superficiali di caffè o fumo e lascia i denti più lisci, rendendo anche più difficile per la placca aderire nuovamente nei giorni successivi.

Salute delle gengive: il legame con la prevenzione parodontale

Al di là di giudicare il tartaro anche un “problema estetico”, in realtà a preoccupare è  l’effetto che ha sulle gengive. Il tartaro sottogengivale, in particolare, crea un ambiente perfetto per i batteri, che proliferano e provocano un’infiammazione cronica del tessuto gengivale. Se trascurata la gengivite è la causa di quel sanguinamento che notiamo quando ci laviamo i denti.

Se prosegue senza essere trattata, può evolvere in parodontite, una condizione che coinvolge i tessuti profondi di sostegno del dente, compreso l’osso. Ed è qui che le conseguenze diventano importanti, perché la parodontite avanzata può portare alla mobilità e alla perdita dei denti.

Con quale frequenza viene consigliata

Dipende. Per ognuno di noi, la frequenza della detartrasi va stabilita dal professionista sulla base della situazione specifica. I fattori che influiscono sono diversi. Chi fuma tende a formare tartaro più velocemente e a sviluppare problemi gengivali con maggiore facilità. Il diabete è un altro fattore di rischio riconosciuto per la salute parodontale.

La predisposizione individuale, la qualità dell’igiene domiciliare, eventuali condizioni pregresse: tutto questo entra nella valutazione che il dentista o l’igienista fanno per stabilire il calendario delle sedute. Quello che possiamo fare noi è rispettare gli appuntamenti consigliati e fidarci del professionista che ci segue.

Igiene domiciliare e detartrasi: un approccio complementare

La detartrasi professionale e l’igiene quotidiana sono complementari, e nessuna delle due può sostituire l’altra: la seduta di igiene professionale rimuove ciò che si è accumulato, ma se tra una seduta e l’altra non ci prendiamo cura della bocca quotidianamente, il tartaro si riformerà molto più velocemente.

Spazzolino dopo ogni pasto, filo interdentale o scovolino, un dentifricio adatto alle nostre esigenze. Sono gesti semplici, che richiedono pochi minuti, e che riducono la quantità di placca che ha tempo di mineralizzarsi tra un appuntamento e l’altro. L’igienista può insegnarci la tecnica corretta di spazzolamento e consigliare gli strumenti più adatti alla conformazione della nostra bocca, perché anche in questo caso non esiste una soluzione uguale per tutti.

 

Di Marzia Schiraci

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