Jane Austen postmoderna: intervista a Stefania Bertola

Jane Austen postmoderna: intervista a Stefania Bertola

Qualche tempo fa, all’ennesima esternazione ammirata nei confronti della scrittura di Stefania Bertola, che ha il potere di farmi sorridere anche quando ne ho pochissima voglia, Mary butta là:

“Perché non vieni su a Torino e la intervisti?”. Mentre cerco di individuare la data, Lucia (ex-compagna di liceo, gestora dell’unica libreria empolese insieme a un gruppo di donne molto in gamba) mi informa che Stefania Bertola sta per arrivare a presentare “Biscotti e sospetti“. Quando si dice il destino.
Arriva questa signora sui cinquant’anni in jeans, maglietta e giubbotto di pelle nera, i capelli rossi e corti, il viso struccato; somiglia, giuro, a Jane Austen, e guarda tutti con aria schietta e familiare, come se ci conoscesse da sempre, mentre le pongo le domande che mi frullano in testa da quando ho scoperto Ne parliamo a cena:

Uno dei maggiori piaceri di chi legge i tuoi romanzi è rincorrere le citazioni dalla cultura “alta” (i riferimenti alla letteratura canonica di vari paesi, al teatro, alla musica classica, etc.) e “bassa” (la televisione, i fumetti giapponesi, i periodici per adolescenti) passando per l’opera lirica e le arti plastiche, in una divertente e riuscita mescolanza di generi. Qual’è stato il percorso personale verso la tua “venuta alla scrittura”, e quali sono i tuoi punti di riferimento quando scrivi?

Ho cominciato a scrivere fin da bambina, ma non ero un prodigio: scribacchiavo quelle stupidaggini che scrivono i bambini. Poi verso i diciott’anni ho scritto un romanzo in società con mia cugina, che ne aveva venti. Un romanzo veramente idiota (sei la prima intervistatrice alla quale lo racconto), Metri e metri di preziosissimo merletto di Bruxelles, una parodia dei romanzi rosa (di cui io e mia cugina in casa avevamo trovato un vero giacimento) con dentro musica, illustrazioni, pezzi di canzoni e roba varia che nella nostra follia abbiamo mandato alla Einaudi. Invece di ignorarci, ci hanno convocate, dicendo che in quella forma non si poteva pubblicare, ma che era una cosa interessante su cui valeva la pena di lavorare ancora. Solo che in quel momento eravamo due ragazzine, e quello era il massimo che potevamo dare. Anni e anni dopo, quando ormai mia cugina aveva preso un’altra strada, io ho scritto il mio primo romanzo, Luna di Luxor. Poco a poco la scrittura, come traduzioni e sceneggiature, è diventata la mia professione.
Quanto ai punti di riferimento, sono essenzialmente quelli del mondo anglofono del sette-ottocento: Jane Austen, soprattutto, è l’autrice per me fondamentale; e poi Dickens (Aspirapolvere di stelle era, nella mia intenzione, una riscrittura dei suoi romanzi).

Attribuisci un peso maggiore nella tua formazione come scrittrice alla musica, alla letteratura, al teatro o all’opera lirica (che in certo senso fonde gli altri generi)?

Senz’altro alla letteratura, ma anche alla musica. Ogni mio libro ha in qualche modo una sua colonna sonora, non sempre esplicitata. Sia i miei fratelli che mia mamma sono musicisti, e la musica è qualcosa che fa parte di me.

Nei tuoi romanzi ci sono punti di raccordo e citazioni dall’uno all’altro: Biscotti e sospetti è uno dei romanzi che viene attribuito a Filippo Corelli in Aspirapolvere di stelle, dove compaiono fra l’altro le cugine protagoniste di Ne parliamo a cena. Anche la tipologia dei personaggi sembra mostrare una filiazione da un romanzo all’altro (per esempio Penelope di Aspirapolvere di stelle ha tratti in comune con Caterina di Biscotti e sospetti), e lo stesso vale per gli oggetti: l’esempio più eclatante è quello della madonnina di gesso che passa dalla camera di Costanza in Ne parliamo a cena agli scaffali della Fate Veloci, dove diventa statuina di gesso con la scopa in mano, e si trasforma negli oggetti di culto kitsch della famiglia Chiarelli. Vedi i tuoi romanzi più come disegni che vanno a formare un unico arazzo (La comédie humaine secondo Bertola), o ti consideri, come Jane Austen, una scrittrice dedita alla miniatura di una scena che è sempre la stessa, ma da angolature diverse?

Io immagino una specie di mondo parallelo che è abitato dai miei personaggi. Anche mentre scrivevo Biscotti e sospetti i personaggi degli altri romanzi esistevano, e andavano avanti nella loro vita. Nel romanzo che sto cominciando a pianificare, che riguarderà un ristorante, prevedo un ritorno dei personaggi di Aspirapolvere di stelle. Ci sono però anche punti fermi che per me hanno un valore importante e che mi piace far ritornare, supponendo che non tutte le persone che mi leggono debbano leggere tutti i miei romanzi.

Uno di questi topoi è la controcultura gay. Il personaggio di Rocco in Biscotti e sospetti e la copertina scelta (un omaggio a Pierre et Gilles, citati anche a proposito dell’altarino a Padre Pio) ne sono quasi un’icona. La sovversione dei valori tradizionali, portata da questa tipologia di personaggio, è casuale o voluta?

Sicuramente voluta. Inoltre in Aspirapolvere di stelle c’è un omaggio a una persona omosessuale a me molto cara che è morta proprio in quel periodo. La cultura gay è parte del mio quotidiano. Trovo al contrario artificiosi i romanzi in cui di gay non ce ne sono affatto.

I personaggi di donne che descrivi sono a un tempo radicati in una comunità al femminile e “schiodati.” Spesso si tratta di lavoratrici atipiche (talvolta atipicissime – penso a Caterina). Cosa ne pensi della definizione di Bauman, riportata da Marina Piazza in Le trentenni, sul fatto che la attuale generazione intorno ai trent’anni è “cronicamente defissata”?

Mi sembra che sia vero, da quello che posso vedere. Mi sembra che siano estremamente schiodati, ed estremamente restii ad ancorarsi a qualunque appartenenza e radicamento, ben più della nostra generazione ma anche ben più dei loro fratelli e sorelle più piccoli.

La dissacratoria voce narrante in B&S non risparmia nessuno: né la politica (in particolare il fiero orrore dell’alta società – personificata dalle marchese Bonino di Quaregna e dalla proprietaria di “Flo”- nei confronti della sinistra, descritta con incantevole ironia), né il sentimento amoroso. Da questo punto di vista, i personaggi maschili sembrano spesso spaesati, spiazzati, di fronte a quelli femminili. Secondo te il sogno d’amore gioca ancora un ruolo preponderante nella vita delle donne, o si è marginalizzato, o -addirittura- è diventato appannaggio di uomini vagamente cross-gender come Emanuele?

Sicuramente l’amore (ma non “il sogno di”) è ancora presente, tuttavia certo non in maniera preponderante. Nella mia stessa collana della Salani c’è tutto in filone di romanzi in cui la protagonista è assolutamente ossessionata dal voler trovare un compagno, e dal voler dimagrire. Una visione di questo genere è insostenibile.