Beppe e gli uomini di Pinerolo

Beppe e gli uomini di Pinerolo

E’ forse un’esperienza unica quella del gruppo Uomini di Pinerolo. Imitano (e superano?) l’impegno delle donne a definire il loro essere quanto al genere e nel rapporto con l’altro, ecco, da Beppe, un assaggio della loro ricerca.
Non ho mai comprato Men’s Health, perché mi appare come una rivista patinata per chi ha soldi da spendere e poca voglia di cambiare (ma dovrò leggerne un numero, prima o poi, per verificare questa impressione…). Invece, quando in libreria ho visto il n° 31 della rivista Leggendaria, con quel titolo UOMINI su sfondo nero accanto alla foto di un uomo nudo, non ho saputo resistere, non ho avuto esitazioni.

Su questo numero (è il primo che leggo) incontro una sola firma maschile e l’interesse aumenta: dunque, donne che parlano! Le foto di corpi nudi maschili sono di una donna: tutte molto belle, intense, emozionanti, in particolare l’abbraccio di pag. 12 e l’uomo che cerca di rimettersi in piedi a pag.18.
Vorrei fissare, però, alcune riflessioni, che sento particolarmente feconde per la mia personale ricerca, incontrate negli articoli della prima parte.

Maria Nadotti – E le donne stanno a guardare? – parla di guerra e dei mutamenti che la guerra induce nella società e nelle sue singole componenti: uomini, donne, gruppi, movimenti, atteggiamenti psicologici e comportamenti collettivi… “La guerra cancella l’individualità…in nome di una superiore causa collettiva. Azzera le differenze ‘interne’ di fronte alla Differenza rappresentata dall’Altro nemico. (…) Zittisce le voci dissonanti e precipita tutti e tutte nell’uguale. E l’uguale è modellato sul maschile e sulle sue ragioni”.
Nadotti si sofferma in particolare sulle relazioni di genere all’interno del ‘movimento dei movimenti’, dove “il silenzio delle donne reali è stato assordante (…): è come se questo movimento/moltitudine, dove le donne sono numerose quasi quanto gli uomini, avesse riconosciuto nel pensiero e in alcune pratiche del femminismo una delle proprie matrici, ma non sapesse lasciar parlare e agire le donne in carne ed ossa. (…) L’uomo post-femminista scambia il proprio ‘femminile’ per il femminile reale. La proiezione prende il posto di ciò che esiste fuori da sé: alle donne viene attribuito un ruolo salvifico, di curatrici, madri, protettrici del valore vita, natura, oppure le si appiattisce al ruolo di vittime, di anello più basso della catena del dolore mondiale, terminale di pena/sacrificio, discarica della violenza circolante. Dal movimento le donne vengono messe a tema come soggetto o oggetto politico, in ogni caso sono gli uomini che parlano per e di loro”.

Milly Buonanno – Il canone del protagonismo maschile – analizza il mondo della fiction televisiva italiana e ci rimanda la conferma che “il protagonismo maschile…rappresenta la norma, laddove il protagonismo femminile, senza essere più una vera eccezione, resta tuttora un fatto eccentrico”. Chi sono questi protagonisti maschi? Sono “in buona parte dei casi, figure tradizionali dell’autorità sociale – carabinieri, poliziotti, sacerdoti, medici, avvocati – di livello gerarchico intermedio (marescialli, commissari, parroci, medici di base o poco più). (…) Sono figure dell’autorità costruite in modo da rendere quest’ultima accettabile, affidabile e perfino amichevole attraverso la mediazione di uomini a loro volta ‘medi’, sul piano delle posizioni di carriera e di potere, e ancor più per profilo caratteriale e umano”. Sono “come noi”, “i rappresentanti (e insieme i paladini) della ‘gente comune’”, “comuni eroi del quotidiano” come anche noi possiamo essere. Se c’è in loro “qualcosa di eccezionale…è la loro quasi sconfinata dedizione e disposizione accogliente nei confronti dell’’altro’. Dedicati, socievoli, aperti all’ascolto, pronti a farsi carico dei problemi altrui ben al di là dei compiti del ruolo professionale, carabinieri, medici, avvocati e sacerdoti della fiction sembrano costituire, in realtà, le articolazioni diverse di una medesima super-figura ideale di assistente sociale. E, in tale veste vocazionale, essi dispiegano – e si potrebbe dire che se ne appropriano – doti tradizionalmente categorizzate come (più) femminili: la capacità di trattare con le persone, di gestire con esperta sensibilità le relazioni tra esseri umani. Gli eroi maschi della fiction eccellono per qualità comunicative e relazionali.. Prestano ascolto, confortano, inducono alla confidenza e danno fiducia, discutono, consigliano, persuadono, parlano a tutti trovando sempre le parole giuste perché ciascuno a sua volta trovi ‘la cosa giusta da fare’. Esperti di dialogo e attivatori di dialogo, nella funzione spesso di maieuti o più semplicemente di facilitatori, sono in ogni senso e soprattutto ‘eroi della comunicazione’”.

Maria Vittoria Vittori – Portieri e bomber – rilegge una quindicina di romanzi in cui gli autori parlano del “gruppo, la banda o il branco”. Dopo Moravia, Pasolini, Celati, c’è stato “un periodo di disinteresse e di disaffezione narrativa nei confronti dei gruppi di ragazzi …nell’ultimo decennio si è riaccesa la passione. (…) Si torna all’infanzia e all’adolescenza per cercare di capire qualcosa di più di un presente adulto innaturalmente complicato e, insieme, molto meno adulto di quanto voglia far credere. (…) E’ infatti proprio a quell’età sospesa tra infanzia e adolescenza che i maschi mettono a punto il loro corredo comportamentale ed il processo sembra assumere, a differenza di quanto accade per le ragazze, valenze di significato collettivo: è più probabile che un adolescente, anziché un’adolescente, riesca a riconoscersi pienamente nel gruppo”.

Adele Cambria – Autori-figli parlano di lei – dove ‘lei’ è la madre e la loro relazione con lei – indaga nelle pagine di alcuni romanzi, fortemente autobiografici, di Peter Handke, Erri De Luca, Domenico Starnone. “L’autore-figlio non teme l’espressione del sentimento filiale, ma quando scrive ‘Tra madre e figli non accade il progresso, non si evolve civiltà: le parole saranno sempre poche e saranno solo parole, rare, conservate…’, chi legge, interrogandosi se ci siano novità nella rappresentazione (maschile) della figura della donna, sente che ha ragione. Chiedere novità non significa cancellare o negare l’origine, la radice, e non siamo state noi, le prime, a rintracciare le trame originarie del materno, attraverso le genealogie femminili? Ora anche gli uomini, i figli, vogliono ritrovare, ripercorrere, quel cammino fino alla madre. E per la prima volta, forse, lo fanno senza retorica: con tenerezza e con umiltà. Non va bene?”.
Ma sopra madri e figli si allarga minacciosa, spesso, “l’autorità paterna”: in questi romanzi sono descritte storie di dominio e di violenza patriarcali delle quali si cercano finalmente senso e parole per dirle. Starnone, in Via Gemito, ricorda: “Sento le urla di mio padre, le frasi singhiozzate di mia madre, cose cha cadono e si rompono. Dico preghiere che mia nonna mi ha insegnato da piccolo, l’Ave Maria per esempio… La Madonna però non fa niente. Allora cerco di vincere il terrore, mi alzo piano piano dal letto, vado alla porta, la socchiudo. Non so cosa fare. Ho dodici anni ma ho paura di mio padre. Non è una paura fisica, o comunque la paura fisica è quella che percepisco di meno, che ricordo di meno. E’ una paura d’altro genere. Temo di trovarmi vuoto davanti a lui, senza ragioni che giudichi degne di opporsi alle sue, pura cassa di risonanza degli insulti che sta gridando, delle bestemmie. Temo di conseguenza che mi costringa ad ammettere che ha il diritto sacrosanto di uccidere mia madre”. E ritrovo, nella riflessione conclusiva di Adele Cambria, il riferimento a Carla Lonzi (Sputiamo su Hegel), lo stesso su cui ha lavorato M. Luisa Boccia (v. La costola di Eva su Il Manifesto del 22.11.01): “Non è il figlio che ci ha fatto schiave – scriveva Carla – ma il porno…Prima di vedere nel rapporto tra madre e figlio una battuta d’arresto dell’umanità, ricordiamoci della catena che sempre li ha oppressi in un legame solo: l’autorità paterna. Contro di essa si è creata l’alleanza tra la donna e il giovane”.