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Società senza violenza






La violenza è una modalità dell'interazione umana, è una possibilità sempre presente nell'incontro con l'altro – ed è molto più presente negli incontri tra estranei laddove il grado di organizzazione sociale è più basso: le fitte foreste tropicali sono molto più pericolose delle strade asfaltate delle grandi città (Diamond 1998). Eppure esiste una minoranza di società prestatuali in cui i rapporti tra uomini e donne non seguono il copione dell'aggressione maschile contro le femmine: non vi è alcuna violenza ginocida, non vi sono maltrattamenti o stupri, né fra estranei né all'interno della coppia.

L'antropologo David Levinson (1989) ha esaminato un campione di 90 società descritte negli Human Relations Area Files, trovando che in 15 di esse la violenza all'interno delle famiglie non esiste. Non vi è violenza ginocida sulle mogli, né violenza delle mogli sui mariti, la violenza non è un metodo educativo per correggere i bambini, né gli anziani sono maltrattati.

Queste società sono sparse in tutti i continenti, ma hanno alcune caratteristiche in comune. La prima che Levinson elenca è il matrimonio monogamico: la monogamia è espressione di parità tra i sessi. L'importanza della parità la si trova anche nelle due caratteristiche successive: la prima è l'eguaglianza economica tra i sessi, che potremmo chiamare anche il controllo femminile su una parte equa delle risorse familiari, e la seconda è l'eguaglianza tra i sessi nelle pratiche sessuali prematrimoniali e nella possibilità di divorziare. È importante poi che il divorzio esista, come nota lo stesso Levinson: «Tra i Bororo del Brasile furono i missionari, nel loro zelo di prevenire il divorzio, a incoraggiare indirettamente la violenza sulle mogli», perché se una coppia non andava d'accordo, prima della cristianizzazione si sarebbe semplicemente separata (Levinson 1989, 64). Un'altra caratteristica è invece la bassa frequenza dei divorzi effettivi. Un altro tratto comune è che molte altre persone, oltre ai genitori, si occupano dei bambini: l'allevamento dei figli è una grossa fonte di stress, e la possibilità di suddividere il carico di lavoro per la loro cura tra più persone migliora notevolmente le relazioni familiari.

Tra i fattori individuati vi è anche la disponibilità a intervenire da parte di vicini e parenti che si accorgano di atti di aggressione – una conseguenza dell'ultimo fattore, che è la presenza di norme che prediligono una risoluzione non violenta dei conflitti anche al di fuori della famiglia.

Viceversa, i maltrattamenti dei mariti sulle mogli accadono più di frequente in società in cui, nelle parole dello stesso Levinson,

gli uomini controllano i frutti del lavoro familiare, hanno l'ultima parola nelle decisioni della famiglia, il divorzio è più difficile per le donne che per gli uomini, le donne non si uniscono in gruppi di lavoro esclusivamente femminili, il parentado del marito controlla il diritto a risposarsi della vedova e il matrimonio poliginico è permesso (Levinson 1989, 71).



Questi risultati forniscono prove sia alla teoria della «cultura della violenza» (il fatto che una forma socialmente approvata di violenza renda più facile esercitarne altre forme), sia alla teoria femminista che sottolinea l'importanza dell'eguaglianza tra i sessi. In Sanctions and Sanctuary (Counts et al. 1992) un gruppo di antropologhe, coordinate da Dorothy Ayer Counts, Judith Brown e Jacquelyn Campbell, descrive altre società in cui la violenza contro le donne non è presente e le compara con quelle in cui accade con frequenza diversa.

Un popolo in cui i mariti non picchiano mai le mogli è quello dei Wape di Papua-Nuova Guinea (Mitchell 1992). I Wape sono orticoltori che vivono in montagna nella foresta tropicale, tagliando e bruciando la vegetazione per seminare sul terreno concimato dalla cenere. La loro vita sociale richiede il controllo delle emozioni, specialmente di quelle che possono sfociare nella violenza, come l'aggressività e la gelosia – in una curiosa similitudine con i tratti psico-sociali prevalenti nell'Europa del Nord, in particolare nell'egualitaria Scandinavia. Il clima sociale in cui la violenza non è ammessa è trasmesso fin dall'infanzia, come scrive William Mitchell:

Acculturare un antropologo residente o i bambini wape non è sempre un compito facile, ma il metodo è identico. Gli atti aggressivi incontrano disinteresse. Un bambino piccolo che si arrabbia è lasciato solo a scalciare e gridare finché non torna alla ragione. I bambini e gli antropologi imparano presto che l'aggressività esibita in pubblico è imbarazzante, è un'attività del tutto priva di ricompense. Di conseguenza, i Wape limitano l'espressione di emozioni negative verso gli altri e sono generalmente amichevoli nelle loro attività quotidiane nel villaggio (Mitchell 1992, 90-91).

Alla valorizzazione dell'interazione pacifica si unisce un altro tratto per noi estremamente interessante: le differenze di genere, espresse dall'abbigliamento e dalla divisione del lavoro, non polarizzano i sessi. Nelle società dove la violenza ginocida è meno diffusa si cerca di minimizzare le differenze sessuali invece di accentuarle. Tra i Wape i bambini e le bambine giocano insieme e vengono accuditi da persone di entrambi i sessi; gli uomini e le donne vivono mescolandosi socialmente, anche durante il periodo mestruale. I maschi che raggiungono la pubertà vanno sì a dormire nella casa degli scapoli. ma vedono quotidianamente i parenti e i genitori, e di solito mangiano a casa con loro. Nella loro vita sociale i Wape non prevedono i sanguinosi riti di passaggio alla virilità che in altre parti della Nuova Guinea sono approntati per purificare i giovani maschi dalle nefaste influenze materne e femminili e farli diventare dei guerrieri.



Questa interessante tendenza all'indifferenziazione sessuale collegata all'assenza di violenza contro le donne non la si ritrova però in tutte le società libere dal ginocidio. I Gerai, daiacchi che vivono nell'isola di Kalimantan in Indonesia, classificano rigidamente un individuo nel sesso maschile o in quello femminile, ma non per la capacità riproduttiva, quanto per la divisione del lavoro tra «quelle che conoscono le specie di riso» (donne) e «quelli che dissodano i campi per piantare il riso» (uomini).

Lo stupro è inesistente:

L'idea di avere un rapporto sessuale con qualcuno che non vuole – e così l'idea di costringere qualcuno al sesso – è quasi impensabile per il popolo gerai. Gli informatori affermano inoltre che qualunque azione di tal fatta distruggerebbe l'equilibrio spirituale dell'individuo e del suo gruppo del riso, portando calamità all'intero gruppo (Helliwell 2000, 192).

L'antropologa Christine Helliwell scrive di non essere stata subito classificata come donna, dal momento che insieme ai genitali femminili possedeva molte caratteristiche maschili: l'alta statura, il coraggio nell'attraversare la giungla per andare da un villaggio all'altro, e soprattutto l'incapacità di distinguere le specie di riso. I Gerai credono che i bambini vengano concepiti grazie all'incontro di fluidi simili («altrimenti come potrebbero unirsi?»), e che anche gli uomini in linea di principio possano condurre una gravidanza, benché non lo facciano a motivo del fatto che le donne sono molto più brave.

I Wape e i Gerai non sono i soli popoli che ignorano il ginocidio. Sempre in Nuova Guinea, anche ai Nagovisi rimangono sconosciute e incomprensibili le violenze coniugali e le aggressioni sessuali: «In generale, la gente non riusciva proprio a immaginare come potesse avvenire uno stupro: dicevano che la donna avrebbe gridato e che gli altri sarebbero accorsi per aiutarla» (Nash 1992. 103). Il meccanismo sociale per limitare la violenza è diverso dalla prevenzione dei Wape ma egualmente efficace: l'interposizione attiva dei vicini.

Un'altra caratteristica di questo popolo è la sua filosofia dell'«azione circolare»: «Per i Nagovisi, l'idea di reciprocità delle azioni e degli oggetti materiali impregna il comportamento sociale. Fin dall'infanzia si ha la consapevolezza che sia il comportamento positivo che quello negativo verranno ripagati» (Nash 1992, 108).



Un'altra società che non pratica il ginocidio di cui si parla estesamente in Sanctions and Sanctuary è quella dei Mayotte che vivono nell'arcipelago delle Comore, tra Madagascar e Tanzania. I Mayotte sono musulmani, ma le relazioni tra i sessi sono molto diverse dallo stereotipo che l'Occidente attribuisce a tutto l'islam derivandolo dall'estremismo integralista:

Le donne non sono segregate dagli uomini in nessun modo particolare e non indossano veli; oggi hanno parecchia voce in capitolo nella scelta del loro primo partner nel matrimonio e piena voce in capitolo dopo di ciò; possono far finire un matrimonio praticamente a piacimento e di frequente agiscono nella sfera pubblica, politica e cerimoniale (Lambeck 1992, 159).

Anche qui troviamo una caratteristica estremamente interessante del modo di vivere le relazioni intime. La gelosia è un sentimento che non è socialmente sostenuto, dal momento che non si concepisce l'unione coniugale come l'attribuzione all'uno del possesso del corpo dell'altro:

L'autonomia corporea degli adulti si riflette anche sui costumi sessuali. L'adulterio è piuttosto comune; inoltre, se i coniugi feriti rispondono con dolore e rabbia, essi non possono, nel senso stretto del termine, punirsi l'un l'altro a causa di un adulterio, dal momento che né l'uno né l'altra sono sotto il controllo sessuale altrui. Se un marito si arrabbia per le conquiste sessuali di sua moglie (ma alcuni uomini sono compiacenti), la sua aggressività viene diretta, in modo più appropriato, verso l'amante della moglie» (Lambeck 1992, 165).



L'uomo tradito può lasciare la moglie, ridurre la quantità di aiuti che le tornisce o lottare contro l'amante, sia fisicamente sia per mezzo della stregoneria. Invece tra i Mayotte è socialmente scorretto aggredire fisicamente la moglie (o il marito nel caso delle donne che vengono tradite), perché ciò significherebbe rivendicare un'autorità su di essa, significherebbe voler controllare la sessualità della moglie, come se fosse una propria subordinata. E sarebbe così scorretto da provocare un grande risentimento sia da parte della moglie che del suo intero clan.

L'indagine comparativa di questi autori rimane senza pretesa di definitività, come essi stessi ammettono, anche per il basso numero di società studiate, scelte con il semplice criterio delle competenze degli antropologi che hanno accettato di partecipare all'impresa. In totale cinque delle società a confronto presentano un livello alto di violenza contro le mogli (iraniana, indiana, indo-figina, taiwanese, bun); in cinque il livello è intermedio (aborigeni, paesani dell'Ecuador, !Kung, Kaliai e abitanti delle isole Marshall); mentre tre hanno una bassa frequenza di violenza coniugale (Garifuna, Nagovisi, Mayotte), con un solo caso privo di violenza (Wape). La prima conclusione degli autori è che non esiste un rapporto lineare tra la frequenza della violenza contro le mogli e lo status femminile generale, status definito essenzialmente come il controllo del comportamento sessuale premaritale e la divisione ereditaria della proprietà. È importante invece lo status delle donne all'interno della famiglia per capacità di guadagno, capacità di decisione femminile, presenza o assenza di restrizioni al divorzio. La presenza di gruppi di lavoro femminili protegge le donne che ne fanno parte. Le caratteristiche correlate a una maggiore violenza contro le donne sono l'isolamento delle mogli dal gruppo familiare di origine, la mancanza di sanzioni e di rifugi contro questo tipo di violenza, la bassa età delle mogli, perché nel processo di invecchiamento una donna conquista un potere maggiore sia in famiglia che nella società. Si riduce l'abuso sulle mogli anche quando le sanzioni sono certe, immediate e severe.



Tra tutti i fattori elencati, i rifugi, cioè le alternative al continuare la convivenza con un uomo violento, sembrano essere quello più importante, insieme alla solidarietà femminile che si concretizza nell'intervento di altre donne in immediato soccorso della donna maltrattata. La presenza di parenti vicini (residenza uxorilocale) in particolare garantisce protezione a una moglie: al contrario, se è la moglie a dover andare a vivere presso la famiglia allargata del marito (residenza virilocale), si troverà tra estranei che più difficilmente le presteranno soccorso. La protezione del vicinato in casi di violenza infatti mancava quasi del tutto nel villaggio iraniano, dove la condizione femminile era indubbiamente la peggiore: «La gente non voleva intervenire, e alcune donne consigliavano pazienza: le donne devono sopportare e rassegnarsi» (Hegland 1992, 207). Una donna maltrattata avrebbe potuto trovare rifugio solo presso il padre, che però non avrebbe avuto il diritto di rimproverare il marito per la violenza, contemplata nell'autorità che questi esercita sulla moglie. Alle donne schiacciate da questo sistema, si richiede inoltre di accettarlo e di provare amore per i propri oppressori:

Gli uomini iraniani picchiavano le loro mogli e sorelle quando le donne sfidavano il sistema gerarchico autoritario. Se le mogli disobbedivano al marito o se gli rispondevano, se non eseguivano immediatamente e con allegria il lavoro che veniva loro richiesto, se non erano abbastanza sottomesse e bendisposte verso i parenti di lui, venivano punite. Il comportamento corretto non era sufficiente, era dovuto ai superiori anche un sentimento corretto (Hegland 1992, 208).


Fonte: Daniela Dadda (tratto da Ginocidio - Edizioni Eleuthera 2007)

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