Raccontare il mondo con gli occhi di una donna qualunque

Una seconda opportunità per tornare ad apprendere: l’insegnante di strada

Una seconda opportunità per tornare ad apprendere: l’insegnante di strada

Un tempo non troppo lontano, la scuola rappresentava per i più una possibilità concreta di riscatto sociale; chi possedeva un’istruzione aveva reali possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita e trovare un impiego ben retribuito.

L’evoluzione repentina della società ha complicato notevolmente i meccanismi di ordine economico e la scuola oggi, a stento porta avanti il suo compito educativo e su essa grava un problema di non facile soluzione: la dispersione scolastica.
Sempre più soggetti, infatti, non solo non riescono a raggiungere elevati livelli d’istruzione, ma una percentuale sempre più elevata di soggetti non è in grado di conseguire il diploma di licenza media inferiore.

Ci sono delle percentuali gravi che testimoniano i fallimenti della scuola, ma il ragionamento va condotto non tanto sui numeri, quanto piuttosto sulle cause che spingono sempre più soggetti ad abbandonare la scuola. Va tenuto presente che il destino comune di molti ragazzi che abbandonano la scuola, è contraddistinto non solo da un mancato successo sociale, ma da un elevato rischio di disadattamento e di delinquenza giovanile.

Ma che cosa può spingere, un ragazzo ad interrompere il proprio percorso di apprendimento?
Le motivazioni sono molteplici. Molti soggetti non trovano nella scuola alcun potere di attrazione, anzi per la gran parte di questi, la scuola non rappresenta altro che una perdita di tempo: orari poco flessibili, discipline lontane dai loro interessi, relazioni conflittuali o inesistenti con gli insegnanti e i compagni, un forte senso d’inadeguatezza rispetto alle capacità richieste.

Anche l’identikit del ragazzo che abbandona non è univoca, c’è chi per indole è ribelle, disinteressato, chi lo è diventato per adeguarsi alle leggi della famiglia e della strada, c’è chi semplicemente non prova alcun interesse per la scuola (perché interessato al lavoro) o chi ancora al lavoro è costretto a recarsi per poter sopravvivere.

Le statistiche hanno rilevato che un periodo decisamente critico per i ragazzi in crescita è rappresentato dal passaggio dalle scuole elementari alle scuole medie. Il soggetto entra nella fase critica della preadolescenza, si sfaldano i modelli dell’infanzia, la famiglia perde una parte del carisma educativo fino a qual momento posseduto e il gruppo dei pari riveste un’importanza sempre più rilevante, cambiamenti a livello fisico ed emotivo accompagnano il ragazzo verso pensieri e nuovi interrogativi esistenziali e relazionali…

Comportamenti contraddittori di indipendenza spiccata misti a nostalgia impregnata di infantilismo guidano i dubbi e le scelte di questi bambini desiderosi di diventare adulti.
Lo sguardo degli adolescenti verso il mondo adulto è spesso uno sguardo riprovevole, quasi disgustato, gli adolescenti si sentono poco compresi, poco considerati. Eppure è evidente quanto questi soggetti abbiano un estremo bisogno di figure di riferimento solide, con le quali instaurare relazioni di fiducia profonde e costruttive, di quanto bisogno hanno di sentirsi ripettati e valorizzati nelle proprie decisioni, osteggiati e guidati sulle giuste vie, i ragazzi hanno bisogno insomma di confronto vero, di guide autentiche.

Figure di riferimento importanti, (se solo lo volessero), potrebbero essere gli insegnanti.
Il fatto di poter contare su una relazione costruttiva con un insegnante, può rappresentare un abbraccio sicuro nel difficile cammino di crescita, ma quanti insegnanti sono capaci di assicurare un sostegno appropriato e quanti invece rifiutano il loro compito educativo?

Non è utopia che un ragazzo decida di non abbandonare la scuola, per non deludere un insegnante che crede in lui…come non è un utopia che dei ragazzi ritornino a scuola perché hanno finalmente trovato dei professori che li sanno capire…

Sparsi sull’intero territorio nazionale, si stanno evolvendo numerose sperimentazioni di “scuole della seconda opportunità”per aiutare i ragazzi che hanno abbandonato la scuola a reinserirsi e poter conseguire almeno il titolo di licenza media. A Napoli, a Torino xxx, a Genova, a Roma, a Palermo, in quartieri particolarmente disagiati vi sono insegnanti che lottano contro l’apatia e l’indifferenza di chi preferisce credere che la scuola italiana funzioni e che non bada a quel numeroso stuolo di “ultimi della classe” destinati a sprofondare in un vortice di delinquenza precoce.

Il progetto guida italiano è il progetto Chance di Napoli, in esso operano Marco Rossi Doria,(unico maestro di strada riconosciuto dal Ministero della Pubblica Istruzione), Cesare Moreno e Angela Villani ideatori di questo percorso pedagogico e creativo che permette a molti bambini e ragazzi di trovare un riscatto alla loro vita.

Le loro modalità di lavoro sono atipiche, occorre partire dai loro interessi, da “dove i ragazzi stanno con la mente e con il cuore”, le competenze disciplinari verranno apprese in un secondo tempo, prima di tutto questi ragazzi hanno bisogno di innamorarsi di sé.Partire dall’individualità di ogni ragazzo per permettere la valorizzazione del tesoro che ciascuno possiede, da un processo di riappropriazione delle possibilità di vita attraverso la cultura, scoprendo interessi e curiosità un po’ sopiti o mai considerati.
A Chance si stabiliscono rapporti autentici, di porno gratis intima familiarità, non sono ragazzi semplici da amare, sono ragazzi cresciuti troppo in fretta, con alle spalle il più delle volte delle situazioni familiari disastrose, genitori violenti o assenti, un’infanzia trascorsa per lo più in strada, ragazzi coinvolti in giri malavitosi, ragazzi disinteressati completamente della scuola.

Eppure poco alla volta, non solo imparano ad andare a scuola, ma imparano tra quotidiane fatiche, successi e frustrazioni, che cosa vuol dire apprendere da qualcuno non solo nozioni e competenze ma vita…Laboratori manuali, di fotografia, di estetica, di cucina, di giornalismo film porno,di falegnameria, la scrittura, la lettura, i numeri, tutto acquista un senso in un’ottica di applicabilità concreta.
Giorno per giorno, l’orizzonte di questi ragazzi si fa meno buio, non sono più da soli e possono credere in un futuro formativo e lavorativo, il più delle volte estremamente semplice, ma finalmente lontano da una vita di ragazzi di strada…

Jane Austen postmoderna: intervista a Stefania Bertola

Jane Austen postmoderna: intervista a Stefania Bertola

Qualche tempo fa, all’ennesima esternazione ammirata nei confronti della scrittura di Stefania Bertola, che ha il potere di farmi sorridere anche quando ne ho pochissima voglia, Mary butta là:

“Perché non vieni su a Torino e la intervisti?”. Mentre cerco di individuare la data, Lucia (ex-compagna di liceo, gestora dell’unica libreria empolese insieme a un gruppo di donne molto in gamba) mi informa che Stefania Bertola sta per arrivare a presentare “Biscotti e sospetti“. Quando si dice il destino.
Arriva questa signora sui cinquant’anni in jeans, maglietta e giubbotto di pelle nera, i capelli rossi e corti, il viso struccato; somiglia, giuro, a Jane Austen, e guarda tutti con aria schietta e familiare, come se ci conoscesse da sempre, mentre le pongo le domande che mi frullano in testa da quando ho scoperto Ne parliamo a cena:

Uno dei maggiori piaceri di chi legge i tuoi romanzi è rincorrere le citazioni dalla cultura “alta” (i riferimenti alla letteratura canonica di vari paesi, al teatro, alla musica classica, etc.) e “bassa” (la televisione, i fumetti giapponesi, i periodici per adolescenti) passando per l’opera lirica e le arti plastiche, in una divertente e riuscita mescolanza di generi. Qual’è stato il percorso personale verso la tua “venuta alla scrittura”, e quali sono i tuoi punti di riferimento quando scrivi?

Ho cominciato a scrivere fin da bambina, ma non ero un prodigio: scribacchiavo quelle stupidaggini che scrivono i bambini. Poi verso i diciott’anni ho scritto un romanzo in società con mia cugina, che ne aveva venti. Un romanzo veramente idiota (sei la prima intervistatrice alla quale lo racconto), Metri e metri di preziosissimo merletto di Bruxelles, una parodia dei romanzi rosa (di cui io e mia cugina in casa avevamo trovato un vero giacimento) con dentro musica, illustrazioni, pezzi di canzoni e roba varia che nella nostra follia abbiamo mandato alla Einaudi. Invece di ignorarci, ci hanno convocate, dicendo che in quella forma non si poteva pubblicare, ma che era una cosa interessante su cui valeva la pena di lavorare ancora. Solo che in quel momento eravamo due ragazzine, e quello era il massimo che potevamo dare. Anni e anni dopo, quando ormai mia cugina aveva preso un’altra strada, io ho scritto il mio primo romanzo, Luna di Luxor. Poco a poco la scrittura, come traduzioni e sceneggiature, è diventata la mia professione.
Quanto ai punti di riferimento, sono essenzialmente quelli del mondo anglofono del sette-ottocento: Jane Austen, soprattutto, è l’autrice per me fondamentale; e poi Dickens (Aspirapolvere di stelle era, nella mia intenzione, una riscrittura dei suoi romanzi).

Attribuisci un peso maggiore nella tua formazione come scrittrice alla musica, alla letteratura, al teatro o all’opera lirica (che in certo senso fonde gli altri generi)?

Senz’altro alla letteratura, ma anche alla musica. Ogni mio libro ha in qualche modo una sua colonna sonora, non sempre esplicitata. Sia i miei fratelli che mia mamma sono musicisti, e la musica è qualcosa che fa parte di me.

Nei tuoi romanzi ci sono punti di raccordo e citazioni dall’uno all’altro: Biscotti e sospetti è uno dei romanzi che viene attribuito a Filippo Corelli in Aspirapolvere di stelle, dove compaiono fra l’altro le cugine protagoniste di Ne parliamo a cena. Anche la tipologia dei personaggi sembra mostrare una filiazione da un romanzo all’altro (per esempio Penelope di Aspirapolvere di stelle ha tratti in comune con Caterina di Biscotti e sospetti), e lo stesso vale per gli oggetti: l’esempio più eclatante è quello della madonnina di gesso che passa dalla camera di Costanza in Ne parliamo a cena agli scaffali della Fate Veloci, dove diventa statuina di gesso con la scopa in mano, e si trasforma negli oggetti di culto kitsch della famiglia Chiarelli. Vedi i tuoi romanzi più come disegni che vanno a formare un unico arazzo (La comédie humaine secondo Bertola), o ti consideri, come Jane Austen, una scrittrice dedita alla miniatura di una scena che è sempre la stessa, ma da angolature diverse?

Io immagino una specie di mondo parallelo che è abitato dai miei personaggi. Anche mentre scrivevo Biscotti e sospetti i personaggi degli altri romanzi esistevano, e andavano avanti nella loro vita. Nel romanzo che sto cominciando a pianificare, che riguarderà un ristorante, prevedo un ritorno dei personaggi di Aspirapolvere di stelle. Ci sono però anche punti fermi che per me hanno un valore importante e che mi piace far ritornare, supponendo che non tutte le persone che mi leggono debbano leggere tutti i miei romanzi.

Uno di questi topoi è la controcultura gay. Il personaggio di Rocco in Biscotti e sospetti e la copertina scelta (un omaggio a Pierre et Gilles, citati anche a proposito dell’altarino a Padre Pio) ne sono quasi un’icona. La sovversione dei valori tradizionali, portata da questa tipologia di personaggio, è casuale o voluta?

Sicuramente voluta. Inoltre in Aspirapolvere di stelle c’è un omaggio a una persona omosessuale a me molto cara che è morta proprio in quel periodo. La cultura gay è parte del mio quotidiano. Trovo al contrario artificiosi i romanzi in cui di gay non ce ne sono affatto.

I personaggi di donne che descrivi sono a un tempo radicati in una comunità al femminile e “schiodati.” Spesso si tratta di lavoratrici atipiche (talvolta atipicissime – penso a Caterina). Cosa ne pensi della definizione di Bauman, riportata da Marina Piazza in Le trentenni, sul fatto che la attuale generazione intorno ai trent’anni è “cronicamente defissata”?

Mi sembra che sia vero, da quello che posso vedere. Mi sembra che siano estremamente schiodati, ed estremamente restii ad ancorarsi a qualunque appartenenza e radicamento, ben più della nostra generazione ma anche ben più dei loro fratelli e sorelle più piccoli.

La dissacratoria voce narrante in B&S non risparmia nessuno: né la politica (in particolare il fiero orrore dell’alta società – personificata dalle marchese Bonino di Quaregna e dalla proprietaria di “Flo”- nei confronti della sinistra, descritta con incantevole ironia), né il sentimento amoroso. Da questo punto di vista, i personaggi maschili sembrano spesso spaesati, spiazzati, di fronte a quelli femminili. Secondo te il sogno d’amore gioca ancora un ruolo preponderante nella vita delle donne, o si è marginalizzato, o -addirittura- è diventato appannaggio di uomini vagamente cross-gender come Emanuele?

Sicuramente l’amore (ma non “il sogno di”) è ancora presente, tuttavia certo non in maniera preponderante. Nella mia stessa collana della Salani c’è tutto in filone di romanzi in cui la protagonista è assolutamente ossessionata dal voler trovare un compagno, e dal voler dimagrire. Una visione di questo genere è insostenibile.

Storia e Temi del pensiero femminile, Università Roma Tre

Storia e Temi del pensiero femminile, Università Roma Tre

Mi è stato chiesto di “raccontare” l’esperienza del Corso di Perfezionamento in Storia e Temi del pensiero femminile, attivato nell’anno accademico 97-98 presso l’Università di Roma Tre, ho accettato molto volentieri, perché‚ si tratta di “raccontare” un’esperienza non solo accademica ed ufficiale, ma quasi personale e vissuta, direi di più fortemente sentita come esigenza, e, dai primi risultati, condivisa.

Dirò subito che tale Corso ha assunto per me via via una valenza prismatica, varie sembianze e molti aspetti; il punto di partenza più facilmente individuabile è da ricercare nella facies ufficiale, appunto accademica: esistono nelle università tanti corsi di perfezionamento post-lauream,(o master),con prevalenza nei settori scientifici ed economici giuridici, ma un buon numero è presente anche nell’ambito delle discipline umanistiche, la cui finalità é quella di completare, settorializzare, perfezionare la preparazione universitaria, come noto, ed insieme costituire un aggiornamento per coloro che sono già inseriti nel mondo del lavoro porno.

Perché‚ non organizzare un corso di perfezionamento sulle tematiche, o meglio, intorno a quel vasto continente rappresentato dal pensiero femminile, femminista o della differenza? Rimanendo sempre su questo primo livello, non ci sono state grandi difficoltà, se non quelle consuete, nelle università italiane, di vincere la corsa ad ostacoli della burocrazia (riempire moduli, ottenere approvazioni varie, occuparsi personalmente, da sola e senza infrastrutture o aiuti finanziari, di tutte le relative pratiche, dalla stampa di volantini alle telefonate agli iscritti/e).

Ma mentre eseguivo tutto ciò mi interrogavo insieme sul senso di una tale iniziativa, combattuta da opposte esigenze: da un lato volevo evitare di ricalcare modelli precostituiti della cultura neutra, dall’altra ritenevo tuttavia importante che anche nelle sedi “alte” di questa stessa cultura facessero irruzioni temi, contenuti e metodologie nuove, nate fuori dai circuiti consueti – per esempio nel movimento delle donne -, ma necessariamente intrecciate con il pensiero – per esempio con l’analisi della coscienza di alcuni filosofi, o con l’interrogazione sull’identità di alcuni psicologi, con i rinnovamenti storiografici, etc. Il fine poteva sembrare quasi banale per chi si occupa di queste tematiche da tanto tempo, promuovere cioè lo studio e la ricerca sulla presenza del pensiero femminile nella cultura contemporanea, non escludendo lo sbocco professionale, come recita il regolamento stesso: “preparare esperti/e richiesti/e negli organismi internazionali, Commissione Pari opportunità, negli enti pubblici o privati, nelle attività di formazione, nelle case editrici, nei musei, nelle biblioteche, nonché‚ aggiornare insegnanti di scuola media inferiore e superiore su tali argomenti, come richiesto anche dal Ministero della Pubblica Istruzione. Il contenuto tuttavia assumeva valenze diverse, o meglio era dettato da precomprensioni precise e nient’affatto neutrali, che qui enuncio brevemente. Innanzi tutto sottolineare come non sia senza significato che in un’epoca carica di disincanto e di disillusione ideologica, caratterizzata dalla perdita di certezze e dall’affannosa ricerca di identità, come la nostra, abbia fatto irruzione il pensiero femminile o pensiero della differenza sessuale, quel pensiero che, partendo anch’esso dalla critica alla ratio occidentale come speculazione apparentemente universale, di fatto maschile, ha aperto una strada e mostrato il campo di una riflessione nuova.

Come afferma Rosi Braidotti la crisi del moderno è lo squarcio che ha storicamente aperto la via all’emergenza del soggetto sessuato, della donna, in quanto angolo critico di rimessa in questione del senso stesso dell’umano. Si potrebbe dire che il pensiero della differenza porno sia possibile proprio perché‚ il logos è in crisi, ma allo stesso tempo la crisi del soggetto classico è dovuta.

La battaglia dei “Lavoratori Rurali Senza Terra” del Brasile

La battaglia dei “Lavoratori Rurali Senza Terra” del Brasile

Il Brasile sta vivendo momenti di grande apprensione nelle campagne. Il Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra (MST), trova ancora una volta, terreno fertile per seminare  le sue idee rivoluzionarie fondate in un socialismo  arcaico e rabbioso. Questi modelli, già esauriti  in Europa ed in America, trovano nei leaders del Movimento dei Senza Terre, motivazioni  politiche ed ideologiche nell’“illusione” di risuscitare LENIN, STALIN, CHE GUEVARA e via dicendo. La sua carta di iniziazione negli accampamenti lascia chiaro i loro obiettivi… sta preparando una “rivoluzione Bolschevica” alla moda tupiniquim, il che preoccupa lo Stato democratico e la libertà, il diritto alla proprietà ed il futuro della pace  nel nostro paese. Alcuni settori dell’attuale governo, sono tolleranti  per non dire compiacenti.

Altri, incitano persino gli invasori  come nel caso del terreno della VOLKSWAGEN a São Bernardo do Campo, dove il Movimento dei “Senza  Tetti” sono stati incentivati  da un consigliere comunale  del Partito dei Lavoratori – PT. La società brasiliana è apatica di fronte a tutto questo, assistendo passivamente. La convulsione sociale si impossessa del paese e sembra che stiamo inerti, anestetizzati sperando che qualcuno dia un basta a tutto ciò. Nelle campagne i ‘porno’ si armano per garantire  le loro proprietà dall’ansia disordinata degli invasori. I segmenti della società “condannano”  il confronto, ma non osano affrontare chi  non rispetta la legge e pratica l’illecito. Stanno invertendo i ruoli ed indirettamente motivando nuove invasioni e questo é  già arrivato alle aree urbane. Siamo ad un passo dalla rivoluzione e dal caos…!

Il governo del Presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha dimostrato una relativa tolleranza, accompagnata da una certa simpatia per il MST, inclusivo, recentemente si è messo il BERRETTO del Movimento  ed ha acceso lo stoppino del confronto. Il Ministero dello Sviluppo Agrario – MDA, ha bisogno di essere incisivo coi leaders del MST. Il ministro Miguel Soldatelli Rosseto, ha detto recentemente che la pretesa del movimento di installare un milione di famiglie è assolutamente impossibile. La Riforma Agraria è una questione di giustizia sociale, è un precetto costituzionale, ma, non può e non deve essere oggetto di politica rabbiosa che usa coloni  “non- alfabetizzati e semi-alfabetizzati” come massa di manovra. Queste persone  sono indotte ad accampare in installazioni caotiche e senza alcuna infrastruttura, con l’intento di ingrossare le fila e servire come oggetto di pressione politica. Dal nord al sud del Brasile c’è un clima di tensione, affronta e non rispetta le istituzioni, le leggi e la Costituzione. Non possiamo convivere con ciò. La disoccupazione cresce  a livelli spaventosi, si paragona alla recessione del 1965. Il Ministro di Stato del Lavoro, è spento, e quello dello Sviluppo Industria e Commercio non sviluppa “niente”. Lo spettacolo della crescita annunciato dal presidente LULA, è stato  “rimandato al  2005” secondo il Ministro chef della Casa Civile – José Dirceu.  Lo stagnamento è generale, siamo sull’orlo del “precipizio sociale” e questo scenario è perfetto per le pericolose prediche del MST. Aspettiamo e facciamo il tifo perché il governo riesca realmente a neutralizzare la sete di potere dei leaders del Movimento dei Senza Terre e ristabilire la pace sociale nel nostro paese.

Beppe e gli uomini di Pinerolo

Beppe e gli uomini di Pinerolo

E’ forse un’esperienza unica quella del gruppo Uomini di Pinerolo. Imitano (e superano?) l’impegno delle donne a definire il loro essere quanto al genere e nel rapporto con l’altro, ecco, da Beppe, un assaggio della loro ricerca.
Non ho mai comprato Men’s Health, perché mi appare come una rivista patinata per chi ha soldi da spendere e poca voglia di cambiare (ma dovrò leggerne un numero, prima o poi, per verificare questa impressione…). Invece, quando in libreria ho visto il n° 31 della rivista Leggendaria, con quel titolo UOMINI su sfondo nero accanto alla foto di un uomo nudo, non ho saputo resistere, non ho avuto esitazioni.

Su questo numero (è il primo che leggo) incontro una sola firma maschile e l’interesse aumenta: dunque, donne che parlano di porno! Le foto di corpi nudi maschili sono di una donna: tutte molto belle, intense, emozionanti, in particolare l’abbraccio di pag. 12 e l’uomo che cerca di rimettersi in piedi a pag.18.
Vorrei fissare, però, alcune riflessioni, che sento particolarmente feconde per la mia personale ricerca, incontrate negli articoli della prima parte.

Maria Nadotti – E le donne stanno a guardare? – parla di guerra e dei mutamenti che la guerra induce nella società e nelle sue singole componenti: uomini, donne, gruppi, movimenti, atteggiamenti psicologici e comportamenti collettivi… “La guerra cancella l’individualità…in nome di una superiore causa collettiva. Azzera le differenze ‘interne’ di fronte alla Differenza rappresentata dall’Altro nemico. (…) Zittisce le voci dissonanti e precipita tutti e tutte nell’uguale. E l’uguale è modellato sul maschile e sulle sue ragioni”.
Nadotti si sofferma in particolare sulle relazioni di genere all’interno del ‘movimento dei movimenti’, dove “il silenzio delle donne reali è stato assordante (…): è come se questo movimento/moltitudine, dove le donne sono numerose quasi quanto gli uomini, avesse riconosciuto nel pensiero e in alcune pratiche del femminismo una delle proprie matrici, ma non sapesse lasciar parlare e agire le donne in carne ed ossa. (…) L’uomo post-femminista scambia il proprio ‘femminile’ per il femminile reale. La proiezione prende il posto di ciò che esiste fuori da sé: alle donne viene attribuito un ruolo salvifico, di curatrici, madri, protettrici del valore vita, natura, oppure le si appiattisce al ruolo di vittime, di anello più basso della catena del dolore mondiale, terminale di pena/sacrificio, discarica della violenza circolante. Dal movimento le donne vengono messe a tema come soggetto o oggetto politico, in ogni caso sono gli uomini che parlano per e di loro”.

Milly Buonanno – Il canone del protagonismo maschile – analizza il mondo della fiction televisiva italiana e ci rimanda la conferma che “il protagonismo maschile…rappresenta la norma, laddove il protagonismo femminile, senza essere più una vera eccezione, resta tuttora un fatto eccentrico”. Chi sono questi protagonisti maschi? Sono “in buona parte dei casi, figure tradizionali dell’autorità sociale – carabinieri, poliziotti, sacerdoti, medici, avvocati – di livello gerarchico intermedio (marescialli, commissari, parroci, medici di base o poco più). (…) Sono figure dell’autorità costruite in modo da rendere quest’ultima accettabile, affidabile e perfino amichevole attraverso la mediazione di uomini a loro volta ‘medi’, sul piano delle posizioni di carriera e di potere, e ancor più per profilo caratteriale e umano”. Sono “come noi”, “i rappresentanti (e insieme i paladini) della ‘gente comune’”, “comuni eroi del quotidiano” come anche noi possiamo essere. Se c’è in loro “qualcosa di eccezionale…è la loro quasi sconfinata dedizione e disposizione accogliente nei confronti dell’’altro’. Dedicati, socievoli, aperti all’ascolto, pronti a farsi carico dei problemi altrui ben al di là dei compiti del ruolo professionale, carabinieri, medici, avvocati e sacerdoti della fiction sembrano costituire, in realtà, le articolazioni diverse di una medesima super-figura ideale di assistente sociale. E, in tale veste vocazionale, essi dispiegano – e si potrebbe dire che se ne appropriano – doti tradizionalmente categorizzate come (più) femminili: la capacità di trattare con le persone, di gestire con esperta sensibilità le relazioni tra esseri umani. Gli eroi maschi della fiction eccellono per qualità comunicative e relazionali.. Prestano ascolto, confortano, inducono alla confidenza e danno fiducia, discutono, consigliano, persuadono, parlano a tutti trovando sempre le parole giuste perché ciascuno a sua volta trovi ‘la cosa giusta da fare’. Esperti di dialogo e attivatori di dialogo, nella funzione spesso di maieuti o più semplicemente di facilitatori, sono in ogni senso e soprattutto ‘eroi della comunicazione’”.

Maria Vittoria Vittori – Portieri e bomber – rilegge una quindicina di romanzi in cui gli autori parlano del “gruppo, la banda o il branco”. Dopo Moravia, Pasolini, Celati, c’è stato “un periodo di disinteresse e di disaffezione narrativa nei confronti dei gruppi di ragazzi …nell’ultimo decennio si è riaccesa la passione. (…) Si torna all’infanzia e all’adolescenza per cercare di capire qualcosa di più di un presente adulto innaturalmente complicato e, insieme, molto meno adulto di quanto voglia far credere. (…) E’ infatti proprio a quell’età sospesa tra infanzia e adolescenza che i maschi mettono a punto il loro corredo comportamentale ed il processo sembra assumere, a differenza di quanto accade per le ragazze, valenze di significato collettivo: è più probabile che un adolescente, anziché un’adolescente, riesca a riconoscersi pienamente nel gruppo”.

Adele Cambria – Autori-figli parlano di lei – dove ‘lei’ è la madre e la loro relazione con lei – indaga nelle pagine di alcuni romanzi, fortemente autobiografici, di Peter Handke, Erri De Luca, Domenico Starnone. “L’autore-figlio non teme l’espressione del sentimento filiale, ma quando scrive ‘Tra madre e figli non accade il progresso, non si evolve civiltà: le parole saranno sempre poche e saranno solo parole, rare, conservate…’, chi legge, interrogandosi se ci siano novità nella rappresentazione (maschile) della figura della donna, sente che ha ragione. Chiedere novità non significa cancellare o negare l’origine, la radice, e non siamo state noi, le prime, a rintracciare le trame originarie del materno, attraverso le genealogie femminili? Ora anche gli uomini, i figli, vogliono ritrovare, ripercorrere, quel cammino fino alla madre. E per la prima volta, forse, lo fanno senza retorica: con tenerezza e con umiltà. Non va bene?”.
Ma sopra madri e figli si allarga minacciosa, spesso, “l’autorità paterna”: in questi romanzi sono descritte storie di dominio e di violenza patriarcali delle quali si cercano finalmente senso e parole per dirle. Starnone, in Via Gemito, ricorda: “Sento le urla di mio padre, le frasi singhiozzate di mia madre, cose cha cadono e si rompono. Dico preghiere che mia nonna mi ha insegnato da piccolo, l’Ave Maria per esempio… La Madonna però non fa niente. Allora cerco di vincere il terrore, mi alzo piano piano dal letto, vado alla porta, la socchiudo. Non so cosa fare. Ho dodici anni ma ho paura di mio padre. Non è una paura fisica, o comunque la paura fisica è quella che percepisco di meno, che ricordo di meno. E’ una paura d’altro genere. Temo di trovarmi vuoto davanti a lui, senza ragioni che giudichi degne di opporsi alle sue, pura cassa di risonanza degli insulti che sta gridando, delle bestemmie. Temo di conseguenza che mi costringa ad ammettere che ha il diritto sacrosanto di uccidere mia madre”. E ritrovo, nella riflessione conclusiva di Adele Cambria, il riferimento a Carla Lonzi (Sputiamo su Hegel), lo stesso su cui ha lavorato M. Luisa Boccia (v. La costola di Eva su Il Manifesto del 22.11.01): “Non è il figlio che ci ha fatto schiave – scriveva Carla – ma il porno…Prima di vedere nel rapporto tra madre e figlio una battuta d’arresto dell’umanità, ricordiamoci della catena che sempre li ha oppressi in un legame solo: l’autorità paterna. Contro di essa si è creata l’alleanza tra la donna e il giovane”.